Osvaldo Petricciuolo museo a Raggiolo

Vincenzo Giarritiello Scrittore e blogger

 

 

Pittore, scultore, scenografo, baritono, regista lirico, professore di scenografia, il 9 agosto di quest’anno Osvaldo Petricciuolo avrebbe compiuto ottantotto anni. Per celebrarne la memoria, abbiamo intervistato nella Casa d’arte/museo allestita dall’artista a Raggiolo, in provincia d’Arezzo, la figlia del maestro, Brunilde Petricciuolo.

Domanda: Dottoressa come mai suo padre, napoletano doc, decise di creare una casa d’arte a 500 chilometri da Napoli?

Risposta: Più di vent’anni fa, durante uno dei suoi tanti spostamenti legati alla sua attività artistica, papà capitò a Firenze. Lì ci fu chi gli decantò la bellezza di Raggiolo, stimolando la sua curiosità d’artista. Non appena rientrò in albergo, si documentò su dove fosse esattamente situato il paese e come ci si arrivasse. L’indomani, prese il treno per Arezzo, quindi la corriera per Bibbiena e poi un taxi che lo portò a Raggiolo.

D.: Quale fu il motivo principale che lo indusse a scegliere Raggiolo come luogo dove dare vita alla casa d’arte museo?

R.: A Raggiolo papà

riscoprì la propria vena sacra di quando da giovane dipingeva i tappeti di arte sacra nelle chiese napoletane. Ciò avvenne perché da Raggiolo si ammira La Verna dove San Francesco ricevette le stigmate. E infatti nella sua produzione raggiolana, portò alla luce una propria tempera inedita del 1958 dedicata al santo. Inoltre, il trovarsi immerso nella natura del luogo, poter camminare sulle rive dei due torrenti che scendono per Raggiolo, il Barbozzaia e il Teggina, stimolò la sua verve naturalista spingendolo a dipingere le dodici tavole Casentinesi di cui successivamente dette alla luce una raccolta di cartoline per collezionisti.

D.: Un ritorno all’impressionismo?

R: Più che impressionismo, la sua fu una vera e propria lettura dal vero di tutti i luoghi più caratteristici di Raggiolo anche per l’occhio più distratto. Consideri che arrivò addirittura a contare il numero esatto di tegole prima di ritrarre un essiccatoio di castagne.

D.: Questa precisione di dettagli la riscontriamo non soltanto ammirando le opere di suo padre, ma anche nel modo con cui ha ristrutturato il casolare dove ha poi allestito la casa/museo in cui è serbata una parte della sua produzione artistica. L’altra è sparsa in diversi luoghi del mondo, finanche negli Stati Uniti e negli Emirati Arabi. Due anni fa a Napoli è stata allestita una personale a Castel dell’Ovo con un buon riscontro di pubblico, ha in animo di allestirne altre?

R.: Ma certamente. Tenga conto che papà fondò l’Iterspatium Apertum, un’associazione culturale onlus di cui sono la soprintendente e mio figlio Alessandro il vicepresidente, con l’intento di diffondere il proprio messaggio artistico e culturale nel mondo. Il  nostro scopo è quello di proseguire  la sua volontà istituendo premi a lui dedicati a favore dei giovani artisti, creare dei percorsi alternativi turistici/culturali qui nel Casentino e allestire una serie di mostre dedicate a papà in tutta Italia.

 

D.: Riguardo al rapporto con i giovani, so che suo padre ci teneva molto ai giovani, così come altrettanto molti allievi ci tenevano a suo padre. Suo padre ha insegnato prima all’Istituto d’arte di Napoli, poi all’Accademia di Belle Arti di Reggio Calabria, quindi in quella di Bari e poi, nell’ultimo periodo della sua attività di professore, a Napoli. In questo suo itinere professionale, lei crede che suo padre oltre a dare, abbia ricevuto un arricchimento artistico?

R.: Certamente! Anzi, più che un arricchimento artistico, sicuramente un arricchimento umano. L’insegnamento per lui si è rivelato una sinergia, un dare e avere animico attraverso i giovani. E senz’altro ha scoperto delle ottime vene artistiche in tutti, o quasi tutti i suoi allievi.

D.: come tutti i veri artisti, suo padre era un carattere forte ma, nel momento della necessità, sapeva essere di una disponibilità assoluta. Crede che questa robustezza caratteriale possa averlo penalizzato per quanto concerne la sua affermazione di artista?

R.: Un vero artista tende a isolarsi non perché sia un orso ma perché ha bisogno dei suoi spazi per creare. Papà qui a Raggiolo ritrovò tutto quello di cui aveva bisogno per sentirsi un artista a 360 gradi.

D.: Da giovane suo padre organizzò a Napoli diversi eventi culturali di livello mondiale, ci può dire quali?

R.: nel 1961 fondò il “Centro Italiano di Arte, Cultura, Spettacolo – CIDACS” , a cui aderirono i maggiori esponenti dell’arte: il Premio Nobel Salvatore Quasimodo, Eugenio Montale, Marino Marini, Enrico Prampolini, Gino Severini, Goffredo Petrassi, Felice Casorati, Gino Cervi. Nel 1963 allestì la Prima Esposizione Internazionale di Scenografia Contemporanea e gli Incontri internazionali del Cinema presso il Teatro Mediterraneo della Mostra d’Oltremare di Napol, con 18 Nazioni partecipanti insieme a famosi artisti tra cui, oltre a mio padre, Pablo Picasso, George Braque, Roman Clemens, Mario Anghelopoulos, Anton Giulio Bragaglia, Fortunato De Pero, Giorgio De Chirico, Guido Marussig, Stelio Di Bello, Giacomo Balla e tanti altri. Nel 1966-67 organizzò  le “Celebrazioni per le Onoranze a Enrico Prampolini”  per il Decennale della scomparsa in cui tracciò un piano di diffusione internazionale dell’Arte Italiana sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica On. Giuseppe Saragat. Senza contare i tanti eventi lirici cui partecipò come baritono, regista e scenografo in italia e nel mondo .

D.: Secondo lei, suo padre era più legato alla sua attività di artista di opera lirica o a quella di pittore/scultore?

R.: Essendo un uomo di teatro, ha coltivato sia la scenografia, sia la musica in maniera univoca, integrandole affinché non fosse costretto a sacrificare una per l’altra.

D.: Quando è visitabile il museo?

R.: Dalla primavera inoltrata a fine ottobre, su richiesta e prenotazione che possono effettuarsi attraverso i contatti presenti sul sito www.osvaldopetricciuolo.it

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