NOMEN OMEN – un racconto di Clara Cecchi

Nella sua vita aveva sempre ostinatamente inseguito la felicità senza riuscirci: certo finora non era mai stata preda di grandi sventure o dolori, questo no, ma sembrava che dalla nascita avesse acquisito una naturale propensione ad essere infelice.

Dal momento in cui, occhi chiusi e pugni stretti come per affrontare un mondo ostile, era uscita dal ventre di sua madre con un pianto lacerante che, dopo ore, sembrava non volesse più cessare, era stato chiaro a tutti quale sarebbe stato il suo destino.

La vecchia levatrice, nel tentativo di consolare la madre ancora preda degli scompensi del parto, aveva suggerito un nome ben augurale che secondo lei avrebbe dovuto contrastare gli influssi negativi e limitare gli umori molesti: la donna, ormai sfinita e convinta che un aiuto in più non sarebbe stato dannoso per la futura sorte di sua figlia, grata aveva accettato.

Fu così che Felicia intraprese il cammino nel mondo e iniziò la sua personale battaglia con la vita.

Fin da bambina, tuttavia, fu evidente che il suo nome non l’avrebbe preservata dall’infelicità, anzi…dimostrare di essere coerente con il nome che portava divenne per lei fonte di grandi ansie e contrasti interiori: senza motivi apparenti, improvvisamente scoppiava in pianti disperati, oppure si chiudeva per giorni in un mutismo esasperato e incomprensibile per chi le stesse vicino. In seguito, sembrò che solo la lettura potesse arrecare un qualche sollievo al suo strano malessere: la mente, persa nei meandri di storie fantastiche e mirabolanti, in quei momenti si distaccava da ogni angoscia e lei si sentiva libera di essere una ragazzina qualunque, non un’anima in pena costretta alla continua ricerca della felicità.

Il medico di famiglia, ben lieto di quel rimedio che lo sollevava dal trattare con una paziente difficile e refrattaria ad ogni sua cura, ne incoraggiò la pratica e Felicia si ritrovò ben presto proprietaria di una biblioteca personale considerevole per la sua giovane età: per qualche anno l’ansia della felicità ad ogni costo sembrò stemperarsi nei libri e i genitori ripresero a sperare in una figlia ragionevole con una vita normale, in linea con il nome che le era stato affidato.

Fu così che quando lei compì diciotto anni padre e madre azzardarono l’ipotesi di un matrimonio importante. La loro era una famiglia in vista e il giovane pretendente aveva tutte le carte in regola per entrarne a far parte, compreso un nome di battesimo che di meglio non se ne sarebbero potuti trovare a garanzia della futura tranquillità della loro inquieta figliola: si chiamava infatti Placido. Se mai un nome avesse potuto stabilire un destino, quello senz’altro sarebbe stato il nome giusto.

Felicia sembrò accettare di buon grado l’idea di quel matrimonio: in fin dei conti che avrebbe avuto da perdere? Anche da sposata avrebbe continuato le sue amate letture, pur con qualche compito e dovere in più. Placido poi era davvero un bel giovane, piacevole ed educato, pronto a smorzare senza scomporsi i suoi tormenti interiori e le sue inquietudini: forse, finalmente, lei avrebbe potuto trovare davvero una felicità degna del nome che portava.

Tutto sembrava dunque andare per il meglio finché una calda sera di luglio, quando ancora neppure un alito di vento muoveva l’aria velata di rosso dai colori del tramonto, Furio si presentò a bussare alla porta della casa di Felicia.

Era un giramondo, un artista che dipingeva quadri dai soggetti stravaganti e dai colori violenti e appassionati che nessuno comprava; per vivere offriva ritratti a domicilio alle famiglie più in vista delle città in cui, a seconda della durata delle sue finanze, si trovava a transitare: la famiglia di Felicia era una di quelle. Era anche uno spirito libero, inquieto, dal carattere irascibile e ombroso, facile alle passioni e alle sfuriate che come temporali estivi arrivavano, scoppiavano violente e si dileguavano in pochi istanti: nel suo nome, nemmeno a dirlo, era segnato il suo destino.

Oltre a essere un artista Furio era anche un bell’uomo, di quelli che non passano inosservati: quella calda sera di luglio non aveva ancora messo piede in casa sua che già, com’era prevedibile, Felicia si era pazzamente innamorata di lui. E lui di lei.

Quell’incontro inaspettato scatenò un ciclone nella vita di Felicia e spazzò via ogni ragionevole pensiero di una tranquilla serenità accanto al mite Placido: in quattro e quattr’otto lei arrivò perfino a concepire la folle idea di abbandonare la sua famiglia, gli agi e il futuro matrimonio per ricercare accanto all’irrequieto Furio la perfetta felicità che il suo nome richiedeva.

I genitori naturalmente furono sconvolti: avevano fatto di tutto per assicurare alla figlia un destino felice e lontano dai guai, e proprio quando c’erano quasi riusciti lei si metteva in testa di abbandonare un fidanzato dal nome rassicurante per mettersi con un artista girovago, iroso di nome e di fatto.

“Possibile che non capisci?” si lamentava la madre affranta, in lacrime “In ogni nome è contenuto il suo destino…non si può ignorarlo! La tua scelta non porterebbe a niente di buono…”

“Ingrata! Ti abbiamo regalato un nome ben augurale e fortunato…e tu ci ringrazi così?” urlava il padre, sdegnato.

Felicia in tutta quella confusione sembrava non scomporsi affatto e non proferì parola. Chiuse gli occhi, serrò la bocca e rimase immobile e rigida ad ascoltare le ragioni dei suoi finché la tempesta non fu passata; poi con calma assoluta si ritirò nella sua stanza: aveva deciso di prendere una volta per tutte in mano la sua vita. Scelse una piccola valigia e la riempì con pochi effetti personali indispensabili: non avrebbe avuto bisogno di molte cose, dovunque sarebbe andata. Prese i soldi che aveva tenuto da parte, quelli sì avrebbero fatto comodo, almeno per i primi tempi…poi controllò l’ora: era appena passata la mezzanotte, doveva muoversi.

Nemmeno uno sguardo di rimpianto alla camera che l’aveva protetta e accolta fino ad allora, una nuova esistenza e un nuovo destino l’aspettavano: euforica uscì e in silenzio si chiuse la porta alle spalle.

A passi leggeri uscì nel buio della notte e scivolò come un’ombra fra gli alberi del giardino: davanti al cancello Furio l’aspettava, impaziente, un’auto malandata con il motore acceso già pronta a partire.

“Finalmente, Felicia! Temevo non venissi più…” l’abbracciò sollevato e sollecito le aprì lo sportello per farla salire: ormai non restava molto tempo.

“Felicia?…Non più!” Con un gesto deciso lei trasse dalla borsa la sua carta d’identità e senza esitazione lo strappò in tanti piccoli pezzi e la gettò fra l’erba.

“Da oggi io sono Libera!” esclamò.

E finalmente respirò: da allora in poi sarebbe stata libera di scegliere, anche il suo destino.

 

Clara Cecchi

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