Sant’Agata dei Goti nei bicchieri…il Vesuvio nei piatti

Fino a un ventennio fa, erano in pochi a conoscere Sant’Agata de’ Goti, piccolo scrigno storico e artistico, situato in provincia di Benevento.

Poi, il passaparola, l’attenzione di riviste specializzate in turismo regionale (ne ricordo una su tutte: “Campania Felix”), il riorientamento delle gite dei napoletani verso le zone interne della Campania, per evitare quelle costiere sempre affollate e congestionate, cominciarono a rendere famosa questa “perla del Sannio”, che, peraltro, era facilmente raggiungibile da Napoli.

Ma vi fu un attrattore decisivo che contribuì, sopra a ogni altro, a rendere famosa Sant’Agata de’ Goti, e questo attrattore fu la Famiglia Mustilli, il suo palazzo storico, le sue cantine tufacee e i suoi vini.

Si andava a Sant’Agata de’ Goti per degustare i vini dei Mustilli, e non c’era delegazione Ais (Associazione Italiana Sommelier) della Campania che non accompagnasse i suoi allievi sommelier a visitare l’azienda e le vigne di questa famiglia. E, a coronamento di queste visite, si scoprivano l’incantevole centro storico, che sembra fatto apposta per una piacevole e distensiva passeggiata, e le bellissime chiese e gli eleganti palazzi che lo popolano.

Fu così che l’enoturismo stimolò anche gli astemi, rendendo Sant’Agata de’ Goti una meta apprezzata e desiderata da quei cittadini campani che amano girare per i borghi più belli della loro regione.

I Mustilli sono un’antica famiglia, originaria di Ravello, che si insediò a Sant’Agata de’ Goti nel 1500. Hanno fatto e attraversato, per secoli, la storia del piccolo centro sannita e sono rimasti legati al loro territorio, poiché non se ne sono mai distaccati e, anzi, hanno contribuito, ad esaltarlo e a promuoverlo. Ma, soprattutto, sono stati i pionieri della Falanghina.

Nel 1979, quindi giusto quarant’anni fa, Leonardo Mustilli, dopo aver riscoperto, sperimentato e messo al centro della propria attenzione questo vitigno, imbottigliò la prima Falanghina in purezza, avviando il rilancio di quello che sarebbe poi diventato, nei decenni successivi, il vino bianco più famoso e diffuso della Campania.

Fu una grande scommessa, perché la Falanghina era considerata, fino ad allora, un’uva neutra, buona per produrre mosti da taglio e vini che allungassero altri vini, bianchi o rossi che fossero, come si usava fare ancora negli anni ’70. Ma Leonardo, in ossequio al suo nome che richiama la ricerca, l’ esperimento e la scoperta, ci credette e legò, indissolubilmente, la sua azienda agricola e vinicola a questo vitigno e a questo vino.

Naturalmente, l’indagine non si fermò solo alla Falanghina, ma si allargò anche ad altri vitigni autoctoni, quali il Greco, l’Aglianico e, soprattutto, il Piedirosso, che andarono a sostituire i vini con denominazioni francofone, nelle scelte dei consumatori campani e napoletani in particolare.

L’opera di costante reperimento e di sperimentazione, prosegue, ancora oggi, con le figlie di Leonardo, Anna Chiara e Paola Mustilli, che sono l’ennesimo esempio di entusiastica dedizione femminile alla viticoltura e alla enologia.

Le due sorelle si vantano, innanzitutto, di essere delle viticultrici autentiche e affermano, con giusta convinzione, che il vino si fa prima di tutto in vigna, e poi in cantina. Per questo, i vini che producono sono estremamente variegati, anche quando si tratta dello stesso vino, dello stesso vitigno e dello stesso “cru”, perché, essendo generati e curati a partire dalle piante, dai terreni e dal clima, risentono fortemente dell’andamento meteorologico dell’annata, dell’anzianità di servizio delle vigne e dei mutamenti biologici, chimici e fisici dei suoli. Ma, del resto, questa modalità di produzione del vino, rientra nello stile enologico italiano, che si differenzia fortemente da quello dei francesi, per i quali sono più importanti la cantina e le manipolazioni che avvengono in essa.

Per suffragare il loro carattere di “vignaiole”, le sorelle Mustilli sono affiliate alla Fivi (Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti) che più che associare le aziende, raggruppa le famiglie di viticoltori, a dimostrazione che l’amore, la passione, l’impegno e il calore dei nuclei familiari sono imprescindibili per la coltivazione della buona terra e per la produzione del buon vino.

Anna Chiara e Paola Mustilli sono state ospiti dell’ultimo incontro stagionale di “Storie di Vini e Vigne”, la brillante sequenza di appuntamenti sul vino ideata dalla raffinata e sapiente giornalista enogastronomica Marina Alaimo e dall’abile e creativo oste Mario Lombardi, patron di ‘Cap’ Alice”, l’enosteria tipica napoletana che si trova in Via Giovanni Bausan, la traversa che collega la Riviera di Chiaia con Via Vittoria Colonna, che si è tenuto nella piovosa serata di mercoledì 15 maggio.

Esse hanno portato, in degustazione, tre annate, 2015, 2016 e 2017, della loro loro Falanghina di punta, quella proveniente dal cru “Vigna Segreta”, tre annate, le stesse della Falanghina, del Piedirosso “Artus”, e una loro ultima sperimentazione: il Rosè Frizzante “Regina Sofia”, prodotto con uve Aglianico e rifermentato in bottiglia.

La Falanghina “Vigna Segreta” 2015 si è distinta per le sue note erbacee e minerali, mentre in quelle del 2016 e 2017 sono prevalse accentuate note di fragranza e di fruttato. Le tre annate di Piedirosso “Artus” si sono rivelate più omogenee, ma i vini si sono evidenziati per la loro stoffa, benché non prevalessero i tannini, e per la loro freschezza che ne hanno reso piacevole e intrigante la bevuta. Il “Regina Sofia”, fresco, frizzante, stuzzicante, cromaticamente attraente, è un vino che si sposa bene con gli aperitivi o, a tutto pasto, con le leggere e rinfrescanti cene estive.

Ma l’incontro con le sorelle Mustilli ha raggiunto il massimo, quando, grazie alla geniale idea di Marina Alaimo e di Mario Lombardi, nel corso della cena conclusiva, le loro Falanghina e i loro Piedirosso sono stati abbinati ai Piselli Centogiorni del Vesuvio, presidio Slow Food, a dimostrazione del fatto che i territori possono incontrarsi e dialogare tra loro attraverso l’enogastronomia, rinverdendo la vecchia usanza delle tavolate tra familiari e amici napoletani, dove “ognuno purtava ‘o suoie e ‘o padrone ‘e casa ‘o cucenava”.

Con la memorabile “pasta e piselli Centogiorni”, magistralmente preparata nel modo più semplice e genuino dallo staff di “Cap’ Alice” (senza dimenticare l’ottimo carpaccio di polpo, anch’esso cosparso di piselli Centogiorni del Vesuvio) e con i vini dell’Azienda Agricola “Mustilli”, l’ultimo incontro della stagione 2018/2019 di “Storie di Vini e Vigne” si è concluso in maniera indimenticabile con Sant’Agata dei Goti nei bicchieri e il Vesuvio nei piatti.

 

 

 

 

Pasquale Nusco

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