“Eravamo tanto ricchi” Le Memorie di Annamaria Varriale

La sensazione che si ha leggendo ERAVAMO TANTO RICCHI di Annamaria Varriale, edizioni Homo Scrivens, è di avere tra le mani un album fotografico in cui sono serbate in ordine cronologico le foto in bianco/nero di famiglia di più generazioni e, mentre lo sfogliamo, di sentire una voce di donna che in maniera didascalica, senza sbalzi emotivi, racconta ogni singolo scatto, soffermandosi sui particolari, imbastendo una storia lineare ed emozionante foto dopo foto.

Con voce ferma, perfino quando narra vicende tragiche come l’improvvisa scomparsa della mamma quando era ancora bambina, l’autrice tratteggia un affresco familiare di pregevole fattura narrativa, regalandoci un’opera affascinante in grado di farci vedere personaggi e scenari, respirare odori e profumi di cibi e stagioni, ascoltare suoni e voci di un passato a lungo sedimentato dentro di sé sotto forma di ricordi che fuoriescono lentamente dalla penna con leggerezza ed eleganza, ma con decisione e sostanza a conferma che lo scorrere del tempo non li ha minimamente scalfiti bensì fatti levitare.

Nel suo incedere narrativo la Varriale sussurra le parole, centellinandole come gocce di una medicina in grado di curare le ferite dell’anima, senza omettere nulla, neanche momenti imbarazzanti quali la decisione del padre, una volta rimasto vedovo, di rifarsi una vita senza dire nulla ai figli e, quando decide di andare a vivere con la nuova compagna anche lei vedova, non avendo il coraggio di comunicare la notizia ai propri cari, sparisce lasciando che a farlo siano i figli di lei, scatenando un putiferio. Un modo in apparenza vigliacco, ma che testimonia l’amore e il rispetto che Raffaele, così si chiamava il padre di Annamaria, nutriva verso i propri figli tanto da sentirsi in colpa per una decisione umanamente comprensibile, seppure difficile da accettare per una famiglia unita qual era la sua dove la figura di Carolina, la madre di Annamaria, si era sempre rivelata fondamentale non solo per il marito e i figli, ma prima di tutto per i propri fratelli e sorelle, portando alcuni di loro a vivere con sé sotto lo stesso tetto.

Tratteggiando luoghi e personaggio della propria infanzia, la scrittrice lo fa con chiarezza di particolari e padronanza di linguaggio che è impossibile al lettore, soprattutto se a sua volta è cresciuto e ha vissuto in quei posti, di non “vedere” quanto sta leggendo a conferma della potenza descrittiva dell’autrice: il Bar De Bono in Via Giulio Cesare, Sisina la fruttivendola, la Pizzeria Cafasso, la Mostra d’Oltremare, il Banco di Napoli a Fuorigrotta, la Torretta a Mergellina sono siti, locali e personaggi che chiunque abbia vissuto a cavallo degli anni cinquanta/settanta tra Fuorigrotta e la Riviera di Chiaia ben conosce e riconosce nei fotogrammi narrativi della Varriale.

L’intento della scrittrice è raccontare la storia della propria famiglia nell’arco di cinquant’anni, dalla fine della prima guerra mondiale al sessantotto; dove l’avvento della televisione e degli elettrodomestici sono segni emblematici di un indiscutibile cambiamento economico e sociale. Tuttavia la sensazione è che, attraverso il dipanarsi del filo della memoria, lei voglia dimostrare come l’unità familiare sia un valore imprescindibile e assoluto per essere felici. Per cui quel ERAVAMO TANTO RICCHI che dà il titolo al libro non si riferisce soltanto alla agiatezza economica, che per inciso alla sua famiglia non è mai mancata grazie alla ben avviata attività di barbiere del padre, bensì a quella umana, ormai quasi del tutto persa proprio in virtù dell’avvento tecnologico e del consumismo che hanno trasformato gli uomini da soggetti sociali in oggetti di consumo.

Il libro della Varriale può essere considerato un monito a ritrovare l’unità familiare, oggi sempre più in disfacimento perfino a tavola un tempo luogo deputato al rinsaldarsi della famiglia, essendo quella l’unica vera ricchezza degli uomini; a far sì che l’indicativo imperfetto del titolo, “eravamo”, quanto prima venga coniugato al presente con “siamo”, perché solo l’unità familiare è in grado di rendere felici.

In ERAVAMO TANTO RICCHI Annamaria Varriale si rivela narratrice doc, limitandosi a raccontare le vicende della propria famiglia e di se stessa senza porsi alcun problema stilistico; rivolgendosi al lettore come se parlasse a un amico che conosce da sempre. Ed è forse per questo motivo che, leggendolo, non ci si può esimere dal riflettere su ogni singolo episodio rapportandolo a se stessi, chiedendosi oggi che fine abbia fatto quella ricchezza un tempo denominata famiglia che si reggeva sulle cose semplici ma sincere, rendendo felice perfino chi aveva poco o niente!

Vincenzo Giarritiello

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