Follia Divina

Il tempo era sospeso nella staticità virtuale dell’amalgama divina.

La notte e il giorno, il bianco e il nero, la vita e la morte, l’uomo e la donna confusi nell’edenico androgine primordiale, languivano nel lattiginoso guscio, amebiche presenze dalle indistinte trasparenze del tempo che fu.

Nella sua infinita grandezza il supremo demiurgo impugnò la spada infuocata e squarciò il velo di tenebra con rilucenti lampi, fendendo violentemente la placenta dalla cui ferita le acque materne si riversarono nell’infinito spazio partorendo il cielo e la terra, alterne patrie dell’umana stirpe. Capriccio creativo di un Dio che nell’esaltazione parossistica della creazione decretò l’inizio della fine.

È compito nostro, uomini morsi dalla serpe della conoscenza, di arrestare lo scempio che la divina illusione va compiendo. Stretti nel gelido abbraccio della solitudine, amica fedele che ovunque ci accompagna, ci libriamo oltre le nuvole in un sonno purificatore, mentre gli ufficiali delle angeliche legioni ci armano di lancia e spada unguendoci la fronte di olio benedetto per rafforzarci nello spirito, indicandoci il sentiero da seguire per raggiungere l’esercito celeste per unirci a esso in battaglia contro il demone dell’illusione che dalle sue fetide fauci alita le fiamme del desiderio, causa primaria dell’eterno male.

Lo sprofondare improvviso in un pozzo nero e senza fondo, da cui esala il fetore degli innumerevoli cadaveri in putrefazione, stordisce gli spiriti più deboli, distogliendoli dalla sacra battaglia. Arricchendo quelli che a esso sanno resistere, concedendo loro di trovare la risposta al perché della vita; scatenando le loro menti lungimiranti in evoluzioni pindariche fino a condurle agli estremi limiti dell’universo, catapultandole verso il sacro fuoco che arde al centro del firmamento.

Aquila splendente dalle dorate piume, l’anima si invola incontro all’astro del giorno ad ali spiegate. Al suono di invisibili trombe, avanza verso il magnete di fuoco dando l’impressione di volerlo sfidare per usurparne il trono. Imperatrice altera di uomini senza nome e senza volto, sferza l’aria con le ali stringendo negli artigli una pergamena intrisa di sangue su cui spiriti ribelli a un’esistenza formale hanno stretto un patto con Dio implorandone il soccorso onde concedesse loro, umili servitori, il privilegio di varcare la soglia del tempio per bere dalla Sacra Coppa l’acqua dell’eterna giovinezza che fino e poco prima ristagnava nei loro cuori dormienti di pecore al pascolo alla guida del pastore.

Risvegliandole, il Signore Dio beatificò le loro anime ricostituendo l’unità originaria, restituendo all’uomo la sua funzione di nucleo primordiale da cui infiniti raggi si diramano ad intrecciare quelli di altri nuclei, formando una sottile catena di anime senza tempo e senza luogo da cui l’anima dei mondi si fonde in un abbraccio mortale, sintomo del passaggio di stato in cui tutti incorriamo per riposarci dall’immane fatica che l’edificazione della babelica torre richiede per l’illusorio incontro con Dio un giorno che fu, che è, che sarà.

Ciò mai accadrà perché Dio si espande nell’evoluzione delle coscienze: più le coscienze evolvono, più Dio si allontanerà da loro perché Egli si nutre dei frutti che le coscienze hanno seminato e raccolto in terra in un susseguirsi esistenziale che da Adamo in poi si protrae all’infinito, vita dopo vita.

 Il pianto del neonato partorito dal ventre della donna è il segnale che un nuovo mondo è sorto per servire Dio nell’estenuante opera di sutura della placenta primordiale da cui si riversano le acque della creazione seminando morte e distruzione, ma anche gioia a amore!

Erranti cavalieri in groppa ad alati destrieri sorvoliamo le lattee vie con iperboliche traiettorie, viaggiando da un sogno all’altro guidati dalla rilucente cometa la cui iridescente coda accarezza la fulva criniera dell’immortale Pegaso, l’inesauribile stallone astrale che, teso nel compimento dello sforzo creativo, sparge nel vuoto cosmico il fluente seme, affidandolo al soffio divino affinché lo vivifichi con l’inestinguibile fuoco della passione, alimentato dalla lussuriosa danza di Venere che incendia le anime fino a ridurle in cenere che Borea, il vento astrale, disperderà nell’infinità del tempo.

Allorquando l’alato mito placa l’impeto creativo, un mare celeste si estenderà sotto di sé. Vele gravide lo fenderanno con briosa schiuma, piroettando tra le onde in allegre rotte serpentine disegnate da timonieri millenari.

All’orizzonte vette piramidali, eternamente imbiancate, sfiorano il cielo regalando l’incantevole scenario di un’alba senza tempo, nella vibrante attesa che essa sorga dentro di noi liberandoci dell’alternanza temporale giorno/notte, connubio vitale con cui un demone malvagio ha ingannato l’umanità intera, schiavizzandola a sé con l’ammaliante canto di splendide sirene bramose di fondersi in spossanti amplessi al fine di depredare l’umanità del gene creatore, estinguendo la fiamma che rischiara le tenebre dell’eternità.

L’ansante ritmo dei corpi fusi nell’ancestrale unione generativa dà vita a un suono muto le cui vibrazioni, in un crescente di sensuali movenze, sfociano nell’apicale nota del piacere, riunendo disciplinatamente le particelle cosmiche sparse nell’universo in formea dalle labili consistenze che si lasciano risucchiare nella spirale ombelicale per essere seppellite nelle viscere della terra da cui germoglieranno in consistenza materiale, azione combinante dei geni elementari sul tratteggio pentagrammato che antiteche polarità imbastiscono nell’orchestrale unione dei sensi.

Sfibranti orgasmi consumati nell’orgiastica visione di volti e corpi trasfigurati dall’accattivante piacere umorale intrisi di sudore; gli occhi levati al cielo nell’estatica visione di un dio incarnato, sacrificato sul vegetale intreccio infisso sul teschio bagnato dal sangue purificante che fuoriesce dai cardinali punti corporali, mentre un tremendo boato sentenzia l’imminente cambiamento di stato di colui che sacrificò se stesso per salvare l’umanità corrotta e ingrata.

Schiavi dell’ipocrita pentimento affondiamo il viso nello sterco, consapevoli delle pesanti colpe commesse verso colui che si lasciò uccidere per donarci la vita eterna. Mai domi di peccare, a frotte accorriamo alla corte di un’acerba meretrice che offre le proprie grazie solo per il gusto di sentirsi padrona di un branco di caproni instupiditi dal suo fiore nascosto che sbuffano frementi di appagare l’incontenibile desiderio che la sua visione suscita in loro. Ipocrite vipere, moralizzatori da strapazzo, sprofondano stancamente in un sofà sviliti della sovrana dignità che un tempo fu loro concessa, lasciando che lo scettro della creazione penda  mestamente tra le loro gambe, incapaci di resistere alla maliziosa concubina che astutamente ha svelato la loro animica lordura.

Nell’alchimia dei sensi le menti incontrollate evocano mostri, rifiuti astrali la cui gioia distruttiva trova il proprio appagamento nella furia assassina di coloro che si credono comandanti, condottieri, imperatori, ma che in realtà sono inconsapevoli strumenti alle direttive del mostro satanico il quale, nell’inaccettabile sconfitta, si doma con fameliche offerte dall’amaro sapore dell’ingiustizia e della crudeltà, illudendosi di sconfiggere Dio di cui a sua volta è inconsapevole strumento per il raggiungimento della perfezione in terra.

Intrepidi argonauti alla ricerca del Vello d’oro, sondiamo l’infinito esplorando le sferiche stazioni dove creature angeliche e infernali si affrontano nell’estenuante lotta tra bene e male da dove nessun vincitore risulterà essendo l’alternanza alba a tramonto condizione imprescindibile per la vita.

Come accade nell’ermetico caduceo, dove le serpi si intrecciano in un recondito messaggio iniziatico, solo chi riuscirà ad annientare il veleno inoculatogli dai morsi traditori dell’odio e dell’amore, restando immune da dolori e gioie, un giorno godrà le angeliche visioni indotte dall’estasi della piacevole unione.

Il sei, numero bestiale, giorno della creazione umana, è l’eccellente tomo dell’infinito libro in cui le ventidue lettere della kabbala ebraica assumono toni figurativi, esplicando alle ansiose menti avide di sapere il misterioso arcano della creazione; ingiungendo a coloro che per volontà divina cavalcano le onde dell’ascetica visione d’essere avveduti nell’incedere nei corridoio del labirintico sentiero, ponendo attenzione ai fallaci impulsi che il vizio e la virtù animano in essi all’apparire di ninfe e pellegrini stanchi.

Allegri menestrelli di favolose storie, principi fate streghe maghi stregoni per noi son solo tracce dell’infantile natura che alberga nei nostri cuori infiammati di desiderio dall’immacolato spirito del primitivo istinto immaginativo. Seduti alla rotonda tavola banchettiamo ammirando il RE e la Regina tenersi per mano sorridenti. Cortesi personaggi dal principesco rango levano al cielo la sacra coppa  intonando un osannante canto.

Seduto sul cubico trono l’imperiale protagonista accoglie nel proprio castello ambasciatori di popoli lontani giunti nelle avalloniche pianure per testimoniare al sovrano la fedeltà di genti dimenticate che attendevano il salvatore per ritornare a vivere in pace e libertà. L’orso sornione dorme profondamente in attesa che l’uomo baci la sua sposa, risvegliando il canto d’amore sopito nel proprio cuore. Soave sinfonia che ravviva il ricordo di un aureo passato dove gli uomini vivevano tra loro in biblica fratellanza,  punti fermi di nature amorfe dove razza, ceto e colore della pelle erano insignificanti particolari che non lasciavano traccia.

Tinti d’azzurro il cielo , di verde i prati, di arancio l’alba, di rosso il tramonto, l’Eterno artista dette un saggio della propria abilità separando tra loro suoni e colori, dando vita alla determinatezza dell’essere. Ma quando comprese la pericolosità della dualità, cercò di unificarla nell’unità della creazione assegnando a ogni cosa un ruolo distinto.

Purtroppo lo strappo inevitabile del due dall’uno fu solo rinviato con quello del due dal sei quando l’umana natura vide il giorno, dopo aver vissuto a lungo nel buio placentare. L’alternanza fuggente tra luce e tenebre obbligò alla natura interna di separarsi da quella esterna. Fu così che nacquero l’uomo e la donna, l’uno figlio del sole l’altra della luna, che nelle alterne eclissi copulari intervallano il dominio del bene e del male su questo mondo, trafiggendo l’umanità con la lancia della vita che trapassò l’evangelico costato per svelare il succo dell’eternità che parla il muto linguaggio dell’amore.

Parole, solo parole bastarono a Dio per creare il tutto. Dal semplice “dire” un complesso ordinamento cosmico si andò formando dal caos dell’unità primordiale. Dall’uno nacque il due, dal due il tre, dal tre il quattro, dal quattro il cinque, dal cinque il sei, dal sei il sette, dal setto l’otto, dall’otto il nove.

Per giungere al nove si deve attraversare tutto l’ordinamento universale in quanto la legge impone che solo chi ha percorso, tappa dopo tappa, il periglioso cammino esistenziale, possa poi proseguire sul sentiero decimale, livello successivo a cui seguirà il ventennale, poi il trentennale e così via, fino a perdersi nell’infinito non essendo prevista una fine in quanto l’uomo, riflesso divino in terra, è illimitato e immortale al pari di Dio!

Solo il corpo, corruttibile strumento di cui l’uomo è stato dotato per viaggiare in eterno  nelle infinità siderali, si arrende alla morte. L’essenza dell’uomo, l’anima, mai perirà. Vita dopo vita, essa rivestirà forme diverse per esperimentare nuove forme di vita, assimilando continue conoscenze, nell’illusione di poter un giorno incontrare Dio. Ma dal quale paradossalmente si allontana, man mano che acquisisce consapevolezza perché l’evoluzione della coscienza umana è il nutrimento che consente a Dio di espandersi sempre più!

Se per molti il tempo rappresenta un insignificante aspetto del ritmare del respiro divino, per chi anela all’incontro con Dio, estrema salvezza alla terrificante incomprensione della vita e della morte, le mortali tappe simboleggiano il giusto premio alle sofferenze patite in vita; il mezzo necessario per comprendere ciò che è giusto da ciò che non lo è: la verità e la falsità hanno spesso aspetti indistinti, difficili da capire se non si conosce la volontà di Dio che nella sua opera creatrice ha manifestato come tutto sia  racchiuso in Lui e Lui sia in tutto racchiuso.

Dimostrando così quale folle irrazionalità abbia originato  il creato: Follia Divina!

 

Vincenzo Giarritiello

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