Escursione in notturna da Raggiolo al Pratomagno: la voce delle emozioni

Fino e l’altro ieri la prima e unica volta che da Raggiolo ero salito al Pratomagno a piedi fu nel 2001. Allora l’appuntamento in piazza fu alle 7 del mattino.

Se non ricordo male impiegammo più di tre ore per raggiungere la Croce posta in cima a 1570 m di altezza. Un’ascesa di mille metri che culminò con una gustosa grigliata di carni e salsicce sui barbecue del rifugio. Mia moglie e i miei figli mi raggiunsero in auto insieme ai familiari degli altri escursionisti.

Per anni mi ero ripromesso di ripetere quell’esperienza. Tuttavia una serie di eventi, pigrizia inclusa, mi avevano sempre indotto a rimandarla.

Quest’anno, pochi giorni dopo esserci stabiliti a Raggiolo, con mia moglie decidemmo di fare un picnic al Pratomagno. Una volta arrivati con l’auto nei pressi del rifugio, ci incamminammo a piedi sul sentiero che per un chilometro taglia i campi fino alla Croce.

Convinta di non farcela, a metà percorso mia moglie disse di avviarmi, che mi avrebbe aspettato sul prato. Conoscendola, non obiettai. Giunto in cima, dopo circa una ventina di minuti, la sentii chiamarmi chiedendo da dove si salisse.

È indescrivibile la gioia che le si dipinse in viso quando, affacciandosi dalla ringhiera che cinge la Croce, ammirò l’immensità del panorama estendersi all’orizzonte.

“Che meraviglia…” sussurrò.

A seguito di quella piacevole esperienza, sapendo che da sette anni in paese organizzano una scalata in notturna al Pratomagno, mi ripromisi che quest’anno ci avrei partecipato.

Data fissata, 11 agosto!

Il raduno in piazza è alle 1.30 di notte. Decido di cenare presto per andare a letto alle nove in modo da dormire 2/3 ore. Per rischiare di non svegliarmi all’ora stabilita, attivo la sveglia. Mi alzerò in contemporaneo con il trillo.

In piazza davanti all’ingresso della chiesa si raduna un gruppo di venticinque persone senza distinzioni di età, si va dai ventenni ai sessantenni. A guidarci saranno Lorenzo Venturini, Paolo Schiatti e Massimo Ristori. Alcuni di noi hanno sulla fronte una torcia elettrica per rischiarare la salita.

Prima di muoverci facciamo la foto di gruppo. Nonostante l’ammonimento di Paolo di non chiacchierare mentre attraversiamo il paese per non disturbare chi dorme, nelle nostre vene scorre tanta di quell’adrenalina che è impossibile non fare qualche battuta a voce alta. Come poi sapremo al rientro, le nostre voci sveglieranno più di un raggiolato.

Non appena ci lasciamo alle spalle le luci di Raggiolo e imbocchiamo la strada sterrata che conduce al bivio con il sentiero del CAI, accendiamo le torce. D’incanto le tenebre vengono trafitte da tanti fasci luminosi. Le guide si sono divise rispettivamente in testa, al centro e in coda al gruppo in maniera da assicurarsi che nessuno resti dietro.

Spediti ci inoltriamo nelle tenebre, scrutandoci intorno per individuare eventuali presenze animali tra i cespugli. Cammino affiancando Lorenzo, il capocordata, rischiarando con la torcia che ho sulla fronte la strada davanti a noi. Mentre avanziamo, intravedo in un cespuglio due piccoli riflessi che subito spariscono: gli occhi di un animale riverberati dalla torcia.

Mentre ci inerpichiamo, ogni tanto mi volto dietro per controllare che gli altri ci seguano. Ho la sensazione che il gruppo si stia sfilacciando. La conferma arriva dai messaggi via radio tra Lorenzo e Massimo che lo esorta a rallentare.

Dopo due ore di cammino, giungiamo davanti a un cumulo di pietre sormontato da una croce con su scritto “AL PORO MONDO”. Lorenzo ci invita a raccogliere un sasso e gettarlo sul mucchio. Paolo ci spiega che quella sorta di lapide fu apposta lì molto tempo fa in ricordo di un poveraccio detto Mondo, probabilmente il diminutivo di Sigismondo, morto a causa di un fulmine.

Terminato il racconto, riprendiamo il cammino, fermandoci poco più avanti per rifocillarci. Apro lo zaino e prendo il panino che mi ero portato da casa insieme a un tramezzino e a delle barrette di cioccolata di cui una l’ho condivisa con qualche escursionista mentre salivamo. Anche gli altri ne approfittano per ristorarsi.

Non pensavo che alle tre e mezza di notte si potesse avere così tanta fame. Chiaro sintomo della fatica che stiamo affrontando nel salire.

La pausa dura un quarto d’ora. La voce di Paolo ci esorta a rimetterci in cammino. Prima di infilarmi lo zaino in spalla, traggo il giubbino e lo indosso: seppure sono sudato, il fresco si fa sentire.

Riprendiamo la scalata con l’obiettivo di giungere alla Pozza Nera prima delle cinque in modo da riposarci sui prati per poi affrontare gli ultimi tre chilometri che conducono alla Croce.

Mentre proseguiamo, la strada incomincia a dissolversi nel buio: devo cambiare le pile alla torcia.

Il silenzio che ci avvolge è surreale. A romperlo è il volo di un uccello che si libra dai rami spaventato dal nostro sopravvenire.

Dal walkie talkie di Lorenzo sopraggiunge la voce metallica di Massimo: chiede di fermarci ad aspettarli, una signora è in difficoltà. Lorenzo gli risponde che siamo quasi giunti alla Pozza Nera, li aspetteremo lì.

All’improvviso il sentiero si biforca in un bivio. Dopo un attimo di indecisione, Lorenzo svolta a sinistra. Lasciamo lo sterrato e iniziamo ad avanzare su un manto di foglie secche. Il silenzio della notte è rotto dal calpestio dei nostri passi su quel tappeto naturale.

Pochi metri e Lorenzo capisce di aver sbagliato strada. Non è preoccupato, siamo in prossimità della meta. Poco dopo ci troviamo al cospetto della staccionata che delimita i Prati!

Mentre noi escursionisti ci sediamo sull’erba per riposarci e cambiarci le magliette, Lorenzo torna indietro per accertarsi che gli altri non abbiano problemi.

Dopo essermi cambiato, mi stendo sul prato e fisso il firmamento sopra di me. Con lo sguardo individuo la cintura di Orione. Lorenzo e gli altri ci raggiungono. Gli chiedo notizie della signora: ha avuto grosse difficoltà alle gambe, ma si è ripresa.

Dopo essersi cambiato si siede sull’erba, prende lo smartphone e attiva l’applicazione che gli consente di individuare la posizione delle stelle nel cielo.

Lo spettacolo di pois luminosi che bucano la notte è di una bellezza straordinaria che solo in montagna si può godere. Sembra di toccare il cielo con un dito. Allungo idealmente la mano verso le stelle e mi diverto a unirle l’una con l’altra con la punta del dito disegnando immaginarie figure, come si fa con i puntini numerati dei giochi enigmistici. Restiamo sdraiati a chiacchierare sul prato per una mezz’ora. Il sonno mi coglie all’improvviso. Faccio fatica a tenere gli occhi aperti. A ridestarmi dal torpore è la voce di Paolo: ci sollecita a muoverci per raggiungere la croce adorna di luci in lontananza se vogliamo vedere l’alba.

Rimettiamo gli zaini in spalla e ci incamminiamo sul sentiero che si distende in un continuo saliscendi disseminato da larghe chiazze di sterco delle bianche vacche dormienti sull’erba poco distanti da noi. Qualcuno gli si avvicina con l’intento di scattare una foto disturbandone il sonno. Infastidita, una mucca si alza in tutta la sua imponenza. Meglio allontanarci, non si sa mai…

Ancora qualche centinaio di metri e raggiungeremo la Croce. A est in lontananza il cielo colora di rosa la cresta dell’Appennino tosco/emiliano.

Affrettiamo il passo per raggiungere la Croce.

Quando arriviamo in prossimità della cima, i prati sono disseminati di gente che ha trascorso la notte in tenda o nei sacchi a pelo. Qualcuno si aggira tra la folla offrendo caffè caldo e dolci artigianali. Lorenzo e io ne approfittiamo per mangiare un pezzo di torta

Da un fuoristrada della comunità montana scendono i musicisti che suoneranno in onore della Croce: oggi è la sua festa. A dire il vero la si sarebbe dovuta festeggiare il 28 luglio, ma il maltempo costrinse gli organizzatori a posticipare la data.

Arrivati ai piedi della Croce, con Lorenzo ci facciamo un selfie. Quindi a nostra volta volgiamo lo sguardo all’orizzonte per ammirare l’incanto dell’alba.

Un vento leggero ravviva l’aria. Chi ce l’ha si alza il cappuccio sul capo.

Con Lorenzo ci avviamo sul sentiero che conduce al rifugio da dove imboccheremo la strada del ritorno. Dei nostri non c’è traccia. Lorenzo si mette in contatto telefonico con Paolo per sapere dove si trovano: sono alla Croce ad assistere al concerto. Ci diamo appuntamento lì al rifugio.

Nell’attesa ci stendiamo al sole su un quadrato d’erba. Mi distendo utilizzando lo zaino a mo’ di cuscino. Se non fosse per Lorenzo che mi avverte dell’arrivo del gruppo, me ne resterei a dormire.

Fatta colazione dall’ambulante che vende caffè e brioche, ci incamminiamo verso casa.

Il gruppo s‘è dimezzato. La metà tornerà a Raggiolo facendosi dare un passaggio da parenti e amici giunti in auto.

Prima di incamminarci nella boscaglia, Paolo spiega che all’andata abbiamo “seguito” il corso del Barbozzaia, ora invece scenderemo dal versante del Teggina, i due fiume che scorrono ai lati del paese. In seguito, riferendosi al periglioso sentiero cosparso di pietre e massi che ci obbligano a continui equilibrismi per non inciampare, Paolo ci spiegherà che anticamente i contadini nei loro spostamenti montani, per tracciare la via più comoda, si facevano precedere da un mulo, animale che per istinto è in grado di individuare il percorso meno disagiato. Ascoltandolo mi sovviene l’immagine degli alpini e dei loro muli durante la Prima guerra Mondiale.

Dopo circa un chilometro arriviamo a Casa Buite, un rifugio usato in passato dai pastori durante la transumanza. Tuttora è utilizzato da qualche boscaiolo o cacciatore, come svelano gli oggetti di epoca moderna posti sul mobiletto all’ingresso e i letti allestiti sul pavimento nell’altra stanza.

La discesa, lunga quasi dieci chilometri, mette a dura prova ginocchia e piedi. Le scarpe si inzaccherano guadando i rigagnoli che si frappongono al nostro incedere.

Lorenzo allunga il passo, deve rientrare a casa prima delle dieci.

Finalmente alle dieci in punto anche noi arriviamo in paese. Ci salutiamo orgogliosi, complimentandoci l’uno con l’altro per l’avventura condivisa.

Mentre attraverso il centro storico, più di un raggiolato mi saluta chiedendomi come è andata.

“E stata dura, ma ne è valsa la pena!” sorrido, stringendogli calorosamente la mano.

Avviandomi verso casa, non posso fare a meno di pensare che l’esperienza appena vissuta è l’ennesima metafora esistenziale attraverso cui la vita comunica all’uomo che per arrivare in alto occorrono sacrifici e perseveranza. E che più in alto si arriva, più probabile è il rischio di farsi male quando si scende!

La Croce è lassù, avvolta nel silenzio e nell’immensità del cielo. Sta a noi decidere se vale la pena raggiungerla!

 

Vincenzo Giarritiello

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