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Arti & mestieri

La storia di un sogno: l’abito da sposa

In occasione del matrimonio della più nota influencer di moda Chiara Ferragni, abbiamo potuto ammirare come suo abito da sposa una bellissima creazione firmata Dior disegnata da Maria Grazia Chiuri attuale direttore creativo della maison. L’abito in pizzo e tulle ricordava molto quello delle principesse di un tempo, ma è stato reso molto attuale dallo spacco centrale della gonna che rivelava una tuta corta in pizzo.

Pozzuoli, Premio Civitas 2018

Paolo Lubrano Produttore Premio Civitas 

Nella vita ciò che conta sono i fatti, le parole trovano il tempo che trovano. Non a caso un detto napoletano recita ‘a vocca è nu bell strumento,intendendo che tutti possono farne uso, ma poi saranno i fatti a determinare la serietà e la qualità delle persone.

Osvaldo Petricciuolo museo a Raggiolo

Vincenzo Giarritiello Scrittore e blogger

 

 

Pittore, scultore, scenografo, baritono, regista lirico, professore di scenografia, il 9 agosto di quest’anno Osvaldo Petricciuolo avrebbe compiuto ottantotto anni. Per celebrarne la memoria, abbiamo intervistato nella Casa d’arte/museo allestita dall’artista a Raggiolo, in provincia d’Arezzo, la figlia del maestro, Brunilde Petricciuolo.

Fresco veloce gustoso

 

 

Francesco Pucci  Chef

 

In estate freschezza e velocità di esecuzione sono fondamentali, per continuare a godere delle giornate in relax.

Vi propongo Doppio crudo, di zucchine e seppia

 

 

 

 

 

 

 

col suo “sciurillo” fritto e il suo pesto.

Tagliamo a spaghetti le zucchine, le scottiamo in acqua calda per 30 secondi e poi raffreddiamo in acqua fredda, scoliamo e mettiamo a marinare con timo, uno spicchio d’aglio schiacciato in camicia, una macinata di pepe di Sichuan e olio extravergine di oliva Evo. Riponiamo il tutto in frigorifero. Prendiamo le seppie le puliamo e le tagliamo a listarelle sottili e le mariniamo con olio extravergine di oliva evo, zeste di limone e un po del suo succo. Riponiamo in frigorifero.

Prendiamo un po di “sciurilli” e li tagliamo a coltello assieme a un pomodoro secco e qualche cappero. Uniamo un po di olio extravergine di oliva Evo  zeste di limone ed il nostro pesto e pronto.

Riscaldiamo dell’olio di semi di arichidi in un pentolino.

Creiamo una pastella con farina di riso e acqua. Prendiamo un contenitore ed inseriamo 2 cucchiai di farina di riso, aggiungiamo gradualmente l’acqua miscelando con una frusta. Aggiungiamo acqua fino a quando sul cucchiaio non si crea una leggera patina. Controlliamo l’olio inserendo uno stuzzicadenti, l’olio sarà pronto quando appena inserito attorno ad esso si creeranno subito delle bollicine.

Immergiamo il nostro “sciurillo” nella pastella e friggiamo. Appena cotto lo mettiamo a scolare su un po di carta assorbente, saliamo e pepiamo.

Prendiamo le zucchine e la seppia marinata e le mescoliamo insieme, scoliamo e aggiustiamo di sale.

Diamo la forma più gradita e poniamo su essi una piccola quenelle di pesto di “sciurilli” e il nostro “sciurillo” crottante

Scapoli e zampogna

Pasquale Nusco, cultore della materia Pizza

 

 

Scapoli è un grazioso paesino molisano della provincia di Isernia, situato a 600m di altezza, ai piedi delle Mainarde, e conta 666 abitanti.

È noto, agli appassionati di aerofoni (gli aerofoni sono gli strumenti musicali a fiato), per essere la capitale italiana della zampogna. Infatti, qui le zampogne non solo si suonano, ma si fabbricano anche, nei laboratori artigianali dove abilissimi “maestri d’arte”, veri e propri ingegneri degli utriculus (“utriculus” è il nome latino delle zampogne e significa letteralmente “otri”; infatti, la camera d’aria, in pelle di capra o di pecora, di una zampogna è una sacca, cioè un’otre).



A Scapoli, la cultura della zampogna è talmente radicata che la vita sociale ed economica del paese ruota intorno al Circolo della Zampogna, alla Mostra Permanente della Zampogna e al Museo della Zampogna, oltre che ai predetti laboratori artigianali; e si potrebbe dire, scherzosamente, che i bambini imparino a dire “zampogna” prima di dire mamma.

Il clou si raggiunge, ogni anno, nell’ultimo sabato e nell’ultima domenica di luglio, quando viene allestito e realizzato il Festival Internazionale della Zampogna.

È una festa bellissima, che coinvolge tutto il paese, nel corso della quale vengono eseguiti incontri e concerti che hanno per protagonisti zampogne, ciaramelle, cornamusa e aerofoni etnici di ogni tipo e di ogni provenienza. Non è difficile incontrare e ascoltare, nel corso della due giorni del Festival, suonatori scozzesi, galiziani , andalusi, andini, ecc., nonché quelli provenienti dalle altre regioni italiane che coltivano la tradizione del suono della zampogna.

Ma l’evento più bello è quello che si concretizza la domenica mattina, quando tutti gli appassionati, dilettanti e non, si esibiscono per le stradine del paese, realizzando una kermesse denominata “Suoni in libertà”, alla quale possono partecipare tutti, ma proprio tutti, anche accompagnando i suoni delle zampogne e delle ciaramelle con nacchere, tammorre e triccheballacche.


L’ edizione di quest’anno del Festival della Zampogna di Scapoli, la 42^, si è tenuta sabato 28 e domenica 29 luglio. L’ appuntamento è per l’anno prossimo. Ma si può venire a Scapoli durante tutto l’ anno, sia per visitare il paese (notevole il Cammino di Ronda che abbraccia il centro storico e sorveglia la vallata), sia per visitare la Mostra Permanente e il Museo della Zampogna, sia per degustare i Ravioloni di Scapoli, veri e propri fagottoni farciti con biete, salsiccia, formaggi, ricotta dura e patate.

Percorsi flegrei, Malazè

 Rosario Mattera 

Giunta alla 13° edizioni è uno degli eventi di punta dei campi flegrei. Rosario Mattera, fondatore e Presidente di Malazè, intervista.

D: che significa Malazè?

R: La parola è di derivazione araba e indica il magazzino dei pescatori. Di sicuro è una distorsione dialettale che dalla Sicilia si è modificata, man mano che si risale il continente, almeno fino a Pozzuoli. Grazie per la domanda perché molti ritengono Malazè un acronimo o un gioco di parole.

D: Rosario, molti anni fa ti sei inventato Malazè, da dove nasce il progetto?
Risposta: L’edizione di quest’anno sarà la tredicesima, un bel viaggio. Diciamo subito che Malazè ha una mamma che lo ha generato, l’Associazione Campi Flegrei a Tavola. L’associazione nacque con l’intento di mettere a sistema e generare una forma di economia attraverso quello che io ritenevo e ritengo fosse uno dei giacimenti economici di questo territorio, ovvero l’enogastronomia. Soprattutto all’epoca che fondammo l’associazione, reputavo la gastronomia il grimaldello per far sviluppare economie in crisi o in via di estinzione, soprattutto la pesca e la piccola agricoltura che sono molto residuali per motivi diversi: la piccola pesca è andata a finire per scelte scellerate della comunità europea; l’agricoltura, ahimè, è andata a sua volta a esaurirsi in quanto abbiamo consumato tutto il terreno a nostra disposizione. Un po’ a causa degli eventi legati al bradisismo. Molto per via della speculazione edilizia che ha letteralmente violentato il territorio. Da qui l’idea di dare vita a un sistema per far sì che il ristorante potesse dare ancora linfa al piccolo produttore, non esistendo più giustificazioni affinché si facesse agricoltura. L’idea era quella di sostenere queste piccole aziende agricole che magari c’hanno ancora un piccolo numero di galline, un po’ d’uva, un po’ di ortaggi caratteristici del territorio. Poiché nel tempo le cose si evolvono, ed essendo questo un progetto che io ho sempre ritenuto work in progress, da lì poi è nata l’idea di Malazè.  Anzi, più che un’idea, un vero e proprio moto di ribellione nei confronti di chi millantava nel mondo il nome dei campi flegrei, da sempre oggetto di predazione,  per fare business. Nel senso che qualsiasi soggetto veniva da queste parti, in nome e per conto dei campi flegrei, si sentiva in diritto di presentare qualsiasi evento gastronomico organizzasse con l’appellativo “la cucina flegrea nel mondo”, seppure i piatti presentati non avessero niente da spartire con la tradizione flegrea. Viceversa noi ci preoccupavamo di recuperare le vecchie ricette, essendo consapevoli che la vera tradizione culinaria flegrea era tutt’altra cosa rispetto a quella presentata sui banchetti cui partecipavamo anche noi come associazione. E siccome non c’era nessun baluardo a tali ambiguità, tipo una forte rete di associazionismo, che tuttora manca sul territorio, o comunque qualcosa che rappresentasse e tutelasse il territorio da sempre terra di conquista, ecco l’idea di Malazè!

D: Rosario professionalmente hai legami con il settore della gastronomia?

R: Nessuno! Io arrivo a questo traguardo da grande appassionato. Sono sommelier e degustatore di olio.

D: Quindi un legame comunque  c’è, seppur labile…

R: Il legame c’è nel senso che io sono sempre stato amante della gastronomia, mi sono sempre piaciute le ricette. Anche se cucino in maniera amatoriale, sto dietro ai fornelli da che avevo l’età di quindici anni. Mamma non sapeva cucinare il pesce, in quanto di origine contadina. A me invece piaceva molto il pesce, e considerando che papà, in contrapposizione a mamma, era un isolano, dunque un uomo di mare, mi dissi che dovevo imparare a cucinare il pesce come meritava, anziché limitarmi a cuocerlo con il pomodoro come faceva mamma. Per cui  iniziai ad alimentare la passione della cucina, coltivandola in maniera scrupolosa fino a raffinarla. E poi ho fatto un lungo percorso di osservazione,come penso debbano fare un po’ tutti coloro che decidono da fare il cuoco o comunque di avvicinarsi alla cucina. Prima di fare ciò, ho girato l’Italia anche attraverso tour operator e altre associazioni. Mi sono trovato invitato più volte in consorzi all’estero attraverso canali cui ho avuto la fortuna di avvicinarmi. E alla fine di ognuno di questi viaggi, ogni volta che tornavo a casa, mi guardavo allo specchio chiedendomi, “mò che faccio?”. E la prima cosa che mi venne in mente fu di organizzare un evento enogastronomico sul Rione Terra.

D: Perché il Rione Terra?

R: Molti degli eventi cui partecipavo si svolgevano in Toscana, precisamente nei castelli. A esempio mi ricordo una manifestazione che si chiamava “Amiata a tavola” , qualcosa di incredibile. Oppure feste che si svolgevano tra Arcidosso e Castel del Piano, e chi più ne ha più ne metta. Durante questi spostamenti, guardandomi intorno, pensavo a come sarebbe stato bello organizzare un evento del genere sul Rione Terra. Questa cosa riuscii a realizzarla nel 2003 con Le domeniche di Repubblica: demmo vita a  un evento bellissimo in cui coinvolgemmo una serie di operatori del settore gastronomico. E da qui venne poi quasi naturale organizzare Malazè che personalmente non considero un evento bensì un personale impegno civile nei confronti del territorio.
D: A proposito della riscoperta dei prodotti tipici del territorio flegreo, è noto che ti sei molto adoperato per la riscoperta e salvaguardia della chichierchia flegrea.

R: Incominciamo col dire che il nome corretto è cicerchia, chichierchia è in dialetto. Il territorio flegreo è  famoso per la sua biodiversità. Molti non sanno che la cicerchia dei campi flegrei, in particolare quella di Bacoli, risalirebbe a circa duemila anni fa. A ciò è stato possibile risalire sottoponendo il germoplasma del legume all’esame della banca del seme, da cui si è rivelato che tuttora, il seme dell’odierna cicerchia, malgrado l’imbastardimento avvenuto nel corso delle epoche, ha ancora un residuato originario risalente a duemila anni fa, ovvero al periodo degli antichi romani. Non è fantastico? Inoltre  la necessità di salvaguardarla non è solamente legata all’aspetto squisitamente storico/scientifico, ma vi è anche un che di opportunistico. Mi spiego: diversamente dal territorio vesuviano, questa terra non ha elementi produttivi che la contraddistinguono. A esempio il Vesuvio ci ha l’albicocca, il pomodoro del piennolo che nascono solo lì e sono tutelati come prodotti tipici del territorio da tutta una serie di enti e associazioni. Anche qui nei campi flegrei ci sono prodotti tipicamente autoctoni come il pomodorino cannellino. Ma solo adesso, dopo anni e anni di nostre battaglie per la sua difesa, si è fondata un’associazione a tutela del prodotto che non escludo possa trasformarsi addirittura in un consorzio. La cicerchia dei campi flegrei ufficialmente nasce sedici/diciassette anni fa, appunto grazie al mio interessamento, tanto che alcuni la identificano come la cicerchia di Rosario Mattera;  anche perché a ogni manifestazione gastronomica cui ci presentavamo, uscivamo con questo grosso tegame colmo di cicerchia tanto che dopo due/tre anni dalla prima apparizione, della cicerchia dei campi flegrei ne parlò addirittura una rivista americana. La nostra necessità era quella di trovare un elemento gastronomico che contraddistinguesse in maniera indiscutibile i campi flegrei. E la cicerchia ci sembrò il giusto emblema. Considera che inizialmente la si produceva in piccole quantità che non superavano i 50/60 kg. Insistendo, nel tempo la cicerchia è entrata far parte della comunità del cibo, seppure i suoi costi, almeno a livello di produzione artigianale, sfiorano i 10 euro al kg in quanto, essendo un legume molto piccolo, la sue resa non vale il tempo e l’impegno richiesto dalla sua coltivazione. So bene che oggi se ti rechi in un qualsiasi centro commerciale, puoi trovare una scatola di legumi a 2/3 euro. Il problema è che di quel prodotto non conosci l’esatta provenienza. Probabilmente viene dal Sudamerica. Per cui non mangi un prodotto tipico del tuo territorio. La cicerchia, proprio in virtù della propria piccolezza e difficoltà che ne deriva dal coltivarla e pulirla,  non consente una produzione industriale. O almeno non la consentiva fino a due anni fa, quando nel salernitano non si è installato un laboratorio che la pulisce in maniera industriale per cui il produttore porta i sacchi di cicerchia lì per farle sgusciare. Ergo, se vuoi mangiare la cicerchia dei campi flegrei, devi venire per forza da queste parti. Punto!

D: Malgrado la denunciata difficoltà nel riuscire a creare una rete associativa nei campi flegrei, oggi esiste una  realtà di livello internazionale, Malazè, quale il suo percorso?

R: In primo luogo la massima trasparenza: vista dall’esterno Malazè può sembrare una realtà che muove, e soprattutto fa incassare a chi lo organizza, chissà quanti soldi. Niente di tutto ciò. Seppure non ho mai negato che se un giorno Malazè dovesse rivelarsi per me fonte di reddito, non me ne vergognerei. Altro elemento di successo, il basso budget di investimento. Vista dall’esterno, l’organizzazione di Malazè viene reputata  come un qualcosa di mastodontico, la cui spesa realizzativa chissà a quanto ammonta.  Per realizzare Malazè vengono spesi non più di 10 mila euro; chi vi partecipa, non deve pagare nulla; ma sa benissimo che, mettendo a disposizione la propria realtà imprenditoriale, ne riceverà in cambio notevole visibilità. A scanso di equivoci, ci tengo a precisare che Malazè mi appartiene. Nel senso che il marchio è registrato a nome mio; io ne sono il presidente e io ho l’ultima parola in qualunque decisione si deve prendere, seppure mi piace confrontarmi con i miei collaboratori. Questo mi consente di non dover dare conto a nessuno per ciò che devo fare, solo a me stesso, sia nel bene che nel male. Non nego che in questo modo mi sono fatto qualche nemico. Ma così ho tutelato Malazè da eventuali speculatori e forse, proprio per questo motivo, siamo arrivati alla tredicesima edizione che si svolgerà dal 15 al 25 settembre prossimo,  non più sull’intero territorio bensì in tre distinte location: Castello di Baia, Rione Terra, cratere degli Astroni. Decisione presa di comune accordo con Fabio Borghese, l’altra spina forte di Malazè, fondatore e direttore di CREATIVITAS – CREATIVE ECONOMY LAB, dopo aver ponderato tutta una serie di questioni organizzative che per un momento mi avevano addirittura convinto a non continuare con Malazè per dare vita a un nuovo progetto di cui non voglio parlare, essendo evaporato. E meglio è stato perché mi stava rubando solo energie psichiche alla realizzazione della nuova edizione di Malazè.

D: malgrado molti siti archeologici dei campi flegrei sono abbandonati all’incuria e al degrado, voi abbinando visite archeologiche guidate con soste in aziende agricole per gustare prodotti tipici del territorio, avete trovato il modo di attirare un turismo di elite, anno per anno. Una bella soddisfazione!

R:  Malazè è l’unico evento in Italia, anzi l’unico festival archeo-eno-gastromonico. Noi questo siamo: questa è stata la sfida. E dico anche di più: in tempi non sospetti ho affermato che il problema di fare turismo in questo territorio non erano i siti chiusi, perché c’è la possibilità, al di là che molti siti non sono fruibili, di fare turismo archeo-eno-gastronomico. Perché rispetto a dieci anni fa oggi ci sono le cantine che fanno accoglienza, fanno turismo internazionale, organizzando corsi di cucina e degustazione a 100 euro al giorno. Poche persone ma di alta qualità. C’è un turismo che non si conosce, che è canalizzato, di qualità a cui noi abbiamo sempre ambito e a cui abbiamo lavorato perché il nostro modello è proprio questo e l’abbiamo creato all’interno di un discorso mentre tutti si lamentavano del fatto che non si facesse turismo a Pozzuoli e nei campi flegrei perché i siti erano chiusi. Io ho sempre detto pubblicamente, in più occasioni, perfino in televisione, che la scusa che qui non si facesse turismo perché i siti non erano accessibili dava l’alibi alle amministrazioni di scaricare le responsabilità sulla soprintendenza e ai giovani di questo territorio di dire che non ci sono opportunità. Io invece dico che ci sono opportunità, che i giovani molto spesso sono fermi. E dietro il ragionamento secondo cui “qua non si può fare” c’è la risposta del perché tutto rimane immobile. E dirò di più: la mia preoccupazione è che se domani mattina mettessimo a sistema il discorso dei siti archeologici, mancherebbe un numero adeguato di guide turistiche e figure simili. E non è un caso che queste figure stanno arrivando da Napoli, guidando gruppi di turisti. Consentimi di fare un paragone per meglio chiarire il concetto di immobilismo cui mi riferisco: il Rione Terra ha distrutto nella fantasia di noi puteolani un modello di sviluppo diverso. Io provocatoriamente davanti al sindaco dissi durante un incontro al Rione Terra, “io provo a chiudere gli occhi e mi chiedo: se non ci fosse stato il Rione Terra e questi 300 milioni di euro li avessimo spesi per fare altro, forse oggi Pozzuoli non sarebbe ancora in stand by per decidere che fare sulla rocca”. Per me il Rione Terra non è il volano bensì la morte del turismo sul nostro territorio. Se queste risorse fossero state investite in una mobilità interna alternativa, forse oggi Pozzuoli sarebbe turisticamente al top. Il problema, a mio modo di vedere, è che non c’è mai stata una visione di creare un turismo diverso e di qualità. E tuttora un’idea del genere non c’è!

D: a Pozzuoli perché, salvo eccezioni, molte  realtà non decollano ?

R: Io, anzi noi ci siamo riusciti ma, fondamentalmente perché abbiamo creato un modello. Adesso ci vorrebbe la cosa più importante, chi dà l’accelerazione. In questo territorio, secondo me, è mancato un vero e proprio cantiere di progettazione dove chi fa una certa cosa, chi ha un’idea trovasse chi lo ascoltasse e lo aiutasse nel realizzarla. Noi ci abbiamo messo quindici anni per arrivare dove siamo arrivati. Probabilmente se avessimo trovato a livello istituzionale qualcuno che ci avesse ascoltati,  avremmo impiegato la metà del tempo. Ma io la politica la capisco, essa ha un atteggiamento predatorio, non intenso in senso offensivo: essa è consapevole che oggi c’è, domani non è detto, per cui deve guardare al momento non al domani per dimostrare ai cittadini di avere fatto. Purtroppo per fare le cose ci vuole lungimiranza e pazienza! Tutte queste cose di cui stiamo parlando io le ho portate nei tavoli istituzionali, da cui poi mi sono allontanato. Noi abbiamo una rete di soggetti rappresentata da Claudio Boccia, direttore generale di FederCultura; Fabio Renzi, il Segretario Generale della Fondazione Symbola; Salvatore Cozzolino, professore di design, Presidente dell’AD Campania  e altri soggetti di alto livello. Con questi signori parli di cultura in funzione del 2020/2030. Parli di futuro! E alla fine, dopo che fai tanto per questo territorio, devi anche sentirti additato come uno snob o chissà che! Per esperienza ho imparato che quando ti criticano significa che stai facendo bene. Per cui io vado avanti per la mia strada. Che per ora resta Malazè!

Dal 15 settembre tutti invitati .

Vincenzo Giarritiello Scrittore e blogger

IL TEATRO PER RIVALUTARE IL TERRITORIO



ELISABETTA MERCADANTE

ATTRICE ED INSEGNANTE DI DIZIONE, TRAGEDIA GRECA E PSICOTECNICA TEATRALE

IL TEATRO, DA SECOLI RAPPRESENTANTE UNA DELLE ARTI NOBILI ED ELEVATE DI QUALSIASI GRUPPO TERRITORIALE ORGANIZZATO IN COMUNITÀ’, TROVA ORIGINE NEL BISOGNO MAI SOPITO DELL’UOMO, DI RIPRODURRE PEDISSEQUAMENTE PROBLEMATICHE E SCENE DI VITA VISSUTA, DALLA PIÙ’ SEMPLICE VITA FAMIGLIARE ALLA PIÙ’ COMPLESSA, E MAI SVELATA DEL TUTTO, VITA POLITICA.


INTERE COMUNITA’, DA SEMPRE, HANNO VISTO NEL TEATRO, UN MOMENTO DI SVAGO E RIFLESSIONE AL CONTEMPO, RIVEDENDOSI IMMANCABILMENTE, NEI PERSONAGGI INTERPRETATI DAGLI ATTORI.

TUTTI HANNO IL DIRITTO E IL DOVERE MORALE DI RICONOSCERSI, DAL PERSONAGGIO PIU’ GOLIARDICO, AL PIU’ TRAGICO.

ATTUALMENTE PERO’, MI CORRE L’OBBLIGO SOTTOLINEARE, IL DECLINO AL QUALE STIAMO ASSISTENDO E DEL QUALE SIAMO TACITAMENTE COMPLICI. PURTROPPO, L’AVVENTO DEI MASS MEDIA, E IL CONTEMPORANEO IMBARBARIMENTO DELL’ISTITUZIONE SCOLASTICA, STANNO FACENDO Sì, CHE LA CULTURA, TEATRALE E NON SOLO, SIA CONSIDERATA POCO APPAGANTE, SIA DA UN PUNTO DI VISTA ECONOMICO CHE DI FAMA E, PER QUESTO MOTIVO, LASCIATA AD UN PICCOLO GRUPPO DI SOGNATORI CHE ANCORA CREDONO IN UNA RINASCITA.

RISULTATO DI QUESTO DECLINO E’, NON SOLO UNA MINORE RICCHEZZA CULTURALE E QUINDI SPIRITUALE, MA UN DEGRADO TERRITORIALE, IN QUANTO, SENZA UNA RIVALUTAZIONE CULTURALE, DIFFICILMENTE SI PUO’ ASSISTERE AD UNA RIVALORIZZAZIONE TERRITORIALE, FACENDO RISORGERE UNA DELLE FONTI ECONOMICHE INESAURIBILI, LEGATA AL NOSTRO TERRITORIO, IL TURISMO.


CONCLUDO DICENDO CHE, SAREBBE OPPORTUNO, DA PARTE DELLE ISTITUZIONI, DARE UN MAGGIOR SUPPORTO, NON SOLO ECONOMICO, MA SOPRATUTTO MORALE, A COLORO CHE HANNO ANCORA L’ENTUSIASMO ED IL CORAGGIO DI CREDERE CHE L’ITALIA NON SIA UNO STIVALE ORMAI “DESUOLATO” E DESOLATO.

Scopriamo il costume da mare

 

Valentina Cervo Fashion Designer  –  IPM

 

I costumi da bagno sono i grandi protagonisti dell’estate 2018.La macro-tendenza estiva mette al primo posto i costumi da bagno interi. Assistiamo poi ad un revival degli anni ’50, che danno un tocco pin up ed essendo a vita alta armonizzano anche le curve extra e bilanciano la silhouette.Di grande tendenza anche i costumi a fascia,quelli anni ’60 con disegni wallpaper ed i costumi brasiliana.

In un excursus sulla storia di questo particolare capo di abbigliamento, si scoprono curiosità e storie legate alla scoperta dei bagni in mare, alla nuova e piacevole abitudine della villeggiatura, fino all’invenzione del bikini e all’invasione sulle coste italiane dei cosiddetti tipi da spiaggia.



La storia del moderno costume da bagno affonda le sue radici in un passato che appare remoto: esiste, infatti, un mosaico romano che risale al III sec. d. C. a Piazza Armerina in Sicilia, raffigurante una dozzina di donne che giocano, abbigliate con indumenti che ricordano in modo inconfondibile il moderno bikini: fasce o bende a due pezzi senza spalline.

Questo fatto potrebbe forse togliere un po’ di significato ai decantati cinquant’anni di storia del bikini celebrati nel 1996. Ciò che tuttavia rende affascinante la storia recente del costume, è il velocissimo processo di riduzione, in termini di misura, che ha caratterizzato l’abbigliamento da bagno durante il secolo scorso.

Per tutta l’antichità resta poco diffusa la pratica di immergersi in mare. Sono frequenti le abluzioni alle terme o alle stufe, ma senza utilizzo di particolari abbigliamenti. Medioevo e Rinascimento non introducono cambiamenti significativi: ci si immerge generalmente senza vestiti, salvo qualche mise da bagno documentata fin dal 1400, caratterizzata da corpetto con spalline e gonna, a volte completata da un turbante.

Dal 1750 a Parigi si diffonde la moda dei bagni, sia che questi avvengano in laghetti o fiumi, sia che si tratti di benefiche immersioni in mare. E’ in questo periodo infatti che prende il via l’abitudine di spostarsi sulle coste della Normandia o della riviera mediterranea per godere delle salutari proprietà dell’acqua di mare. Viene creato per l’occasione un abito con corpetto e calzoni, in tela spessa da marinaio, sovrapposto spesso da una grande gonna che inevitabilmente a contatto con l’acqua si gonfia come un pallone.


Con l’arrivo del XIX secolo le donne si immergono in mare e lo fanno avvolte in abbondanti mantelli chiusi al collo. Le bagnanti giungono in spiaggia dentro a cabine fornite di ruote o tende in cui si cambiano d’abito. Nella seconda metà dell’Ottocento l’abbigliamento da spiaggia è ancora molto castigato. Quando non ci si immerge, o appena si esce dall’acqua, si sta in spiaggia con leggeri abiti da città, di colore chiaro, con tanto di guanti e parasole, per proteggersi dai raggi ed evitare la tintarella, caratteristica delle classi inferiori.

Brevi esposizioni al sole, per scopi terapeutici, vengono consigliate dai medici solo a partire dalla seconda metà dell’Ottocento. I costumi da bagno sono caratterizzati da pantaloni gonfi, al polpaccio, completati da un abito lungo fino al ginocchio, stretto in vita e dalla gonna ampia. Le calzature, sopra alle lunghe calze nere, sono scarpine allacciate, e il capo è protetto da cuffiette. Subito dopo il bagno, per restare al riparo da sguardi indiscreti, le bagnanti infilano ampi accappatoi, forniti di cappuccio.

Negli anni settanta del XIX secolo gli abiti si accorciano leggermente e le gonne delle sopravvesti si fanno meno ampie. I completi si arricchiscono di nastri e spighette bianche e blu secondo la moda alla marinara, con il collo rettangolare sul dorso. Il tessuto più usato è la flanella. Nel frattempo le spiagge si attrezzano, le cabine diventano fisse e compaiono le prime poltrone in vimini a nicchia. Verso la fine del secolo compaiono le prime magliette a righe bianche e blu, i decori con oggetti marinari, fino alle decorazioni e ai fronzoli che accompagnano gli ultimi anni dell’Ottocento. Maniche a sbuffo e bustini sotto il costume per mettere in evidenza il vitino sottile, gonnellini a campana, pantaloni più aderenti o alla zuava, il tutto confezionato in sergia (stoffa diagonale) di lana, il tessuto più diffuso, in genere nei colori blu, nero e rosso. Le scarpine sono più leggere e traforate per lasciare passare l’acqua, munite di lunghe stringhe da allacciare intorno alla caviglia, mentre in testa furoreggiano foulards in tessuto impermeabile da annodare sopra alla testa.

La tenuta da bagno non subisce cambiamenti significativi tra il 1900 e il 1920: gli abiti si accorciano leggermente, le calze non vengono più necessariamente indossate e vengono di poco ampliate le scollature. I colori diventano più chiari, compaiono le prime camicie da bagno, simili a camicie da notte bianche. Si diffonde la linea “Impero”, senza tagli in vita. Nel frattempo diventa una consuetudine il soggiorno estivo al mare.

Questo nuovo tipo di villeggiatura, che si affianca alla tradizionale campagna, comporta anche nuove attrezzature da spiaggia e la comparsa dei primi stabilimenti balneari. Rimini, Viareggio e il Lido di Venezia diventano famose in questo periodo. Anche la cura del corpo e la cultura dei bagni di sole e di mare si impone, e le attività sportive all’aperto richiedono abbigliamenti adatti, comodi e pratici. Compaiono costumi interi e lunghi pagliaccetti aderenti.

Gli esperti di moda dell’epoca raccomandano fatture che non infagottino la figura, realizzate con tessuti di ottima qualità che non scoloriscano nell’acqua. Da evitare i modelli già pronti, meglio realizzare in casa il vestito da bagno procurandosi buona stoffa, in genere lana blu, nera, bianca o rossa, e gli eventuali decori. La lana continua a essere preferita rispetto al cotone in quanto, essendo più pesante, una volta bagnata non aderisce al corpo e non diventa trasparente.

Negli anni Dieci, gli itinerari termali vengono preferiti al mare. E’ l’epoca di Salsomaggiore, Fiuggi, Montecatini, Aix-le-Bains. L’abbigliamento è lo stesso sfoggiato al mare. Lino bianco a profusione per le signore, con abbondanza di merletti, ricami e rouches, il tutto accompagnato da cappelli pieni di fiori e di nastri e dall’immancabile parasole bianco, in perfetto stile Belle Époque.

Per il nuoto fanno la loro comparsa le prime cuffie da bagno sportive, simili a quelle attuali. Si diffonde l’uso della maglia per la confezione dei costumi, mentre la cintura scende sui fianchi. L’abbronzatura non è più condannata.

Nel corso degli anni Venti molti dei vincoli legati alla moda si sciolgono. Costumi da bagno più ridotti si caricano di nuovo significato quale espressione di una ritrovata libertà femminile.

I costumi degli anni Venti sono costituiti da corte gonnelline in taffetas con la cintura sui fianchi oppure atletici costumi da nuoto in jersey di lana, sfiancati e aderenti, senza maniche, sempre abbinati a calzoncini shorts che arrivano a metà coscia o a corte coulottes.

I costumi atletici, sul modello della nuotatrice Annette Kellermann (da cui prendono il nome), smanicati e leggermente scollati in tondo sia davanti che sul dorso, sono disponibili in nero o in colori base, spesso con disegni geometrici tipo strisce o moderno design astratto. Le donne proteggono le loro acconciature a caschetto indossando cappellini di piquet bianco o cuffie da bagno.

Con la ritrovata passione per il sole e per il mare le spiagge si coprono di ombrelloni e in mare si prende il largo sui pattìni. Grandi sarti e couturiers di alta moda disegnano modelli di costumi in seta e tessuti pregiati.

Su tutto domina la semplicità, ma accompagnata da una grande eleganza. E’ il pigiama la novità balneare della fine degli anni Venti: larghi pantaloni lunghi e morbidi, portati con bluse senza maniche, cinture a fascia allacciate in vita e giacche. I capelli sono corti, spesso coperti da fazzoletti che coprono la fronte annodati dietro il capo.

Gli anni Trenta propongono costumi mascolinizzati per il nuoto: maglia lunga in tricot a tinte scure a cui vengono abbinati calzoncini allacciati in vita da una cintura. Per la cura del sole invece si prediligono costumi in taffetas o in seta a tinte chiare. Domina il bianco e blu. Si trovano spesso coordinati di giacca e borsa da spiaggia in spugna con decori marinari e si moltiplicano i pigiama in mille varianti e tonalità. Esplode la moda della cintura Valaguzza, un sofisticato accessorio costituito dalla cintura in lana corredata da una fibbia capace di contenere specchietto e trousse da trucco, ed eventualmente anche le sigarette.

La magica cintura consente alle signore veloci toilettes per rinfrescare il trucco anche in mezzo ai flutti. Le spiagge italiane si affollano. Rimini, Bellaria e Riccione, diventano mete turistiche di rigore. Ma un po’ in tutta Italia le spiagge si riempiono di bagnanti e di turisti: dalla Versilia a Positano, dalla Liguria a Capri e Ischia, dalle coste dell’Istria fino a Fregene, Ladispoli, Fiumicino, le vacanze autarchiche degli italiani prediligono le nostre coste.

Nel frattempo le idee naturiste sui benefici del sole e dei suoi raggi, fanno ridurre ulteriormente la stoffa con cui vengono confezionati i costumi da bagno e da cura del sole.

Le scollature sulla schiena si ampliano, e dal 1932 i pantaloncini si staccano del tutto dal corpetto. I costumi, realizzati in jersey o Lastex, aderiscono al corpo slanciando la figura, si diffonde la moda del pareo, da portare lungo o corto, indifferentemente. Dal 1937 i costumi, ormai in tessuto di seta elasticizzato, sono sempre più spesso costituiti da corti pantaloncini legati in vita e reggiseno.


Le fantasie che vanno per la maggiore sono colorate stampe a fiori, mentre si diffondono le vestaglie da portare sopra il costume: lunghe e ampie, fatte a redingote con cintura in vita. Con gli anni Quaranta si assiste a una moda condizionata dalla guerra e dalla scarsa reperibilità di tessuti di buona qualità. La fantasia cerca di supplire a queste mancanze. Compaiono così vestagliette più corte, decorate con ritagli di stoffa, e ingegnose guarnizioni fai da te.

La grande rivoluzione arriva nel 1946, ad opera dello stilista svizzero Louis Reardcon il lancio del sarto francese Jacques Heim: a Parigi infatti, fa la sua comparsa il bikini. La ridotta mutandina che lascia scoperto l’ombelico, provoca un autentico choc. Ci vorranno anni e bagnanti audaci e coraggiose prima che il bikini entri nell’abbigliamento comune da spiaggia.

Intanto si vedono i primi pantaloni alla pescatora, i grandi cappelli di paglia, fusciacche e sciarpe, in una profusione di tessuti a pois, a quadrettini, ornati con spighette o sangallo. Gli anni Cinquanta vedono ancora il veto ai succinti costumi due pezzi. Il bikini è ancora bandito e spesso il suo uso in luogo pubblico viene punito dalle forze dell’ordine per oltraggio al pudore. La moda ufficiale propone prendisole al ginocchio, bustini doppiopetto con gonnelline a godet.

costume più diffuso è intero, con gonnellino stretto e aderente. Torna la spugna, in particolare per le giacche-accappatoio. A Capri si vedono i primi shorts, con camicette annodate al giro spalla, e pantaloni alla pescatora.

Le formose signore degli anni Cinquanta usano costumi interi fascianti, con scollature a cuore e sostenuti da stecche. I tessuti usati sono rasatello e popeline, mentre le giacche a tunichetta da portare sopra i calzoncini corti sono in piquet, spesso a righe verticali che slanciano la figura.

L’eleganza storica di posti come Capri e Portofino, impone una moda semplice, ma di grande classe. Bermuda al ginocchio, casacche con cappuccio, e in testa, per il bagno, turbante di spugna o cuffia di petali di gomma, di gran moda alla fine degli anni Cinquanta.

I sandali sono di paglia o di pelle ma furoreggiano anche le ballerine basse. Grandi camicioni infine sono usati anche per cambiare il costume in mancanza della cabina.

I favolosi Sessanta iniziano senza portare grandi cambiamenti. Baby-dolls, costumi interi, fantasie a quadrettini lanciate dai bikini che Brigitte Bardot indossa a Saint Tropez fanno la loro comparsa sulle spiagge.

La nuova moda optical si ripercuote anche nelle fantasie dei costumi. I bikini hanno reggiseni imbottiti e slip allacciati sui fianchi, con ricami, perline, tessuti a uncinetto. Impazzano le fantasie di Emilio Pucci su borse, copricostume e bikini. La novità è la rivoluzionaria Lycra (marchio depositato dalla Du Pont), che garantisce aderenza al corpo e che asciuga velocemente. Il decennio dei Sessanta è da ricordare anche per lo scandalo, in America, suscitato dal primo topless, o monokini, indossato per la prima volta nel 1964 da una ragazza americana sul Lago Michigan.

La moda degli Hippies e dei figli dei fiori influenza gli anni Settanta. Costumi ridotti, reggiseni a triangolo, senza imbottiture o strutture particolari, indossati con sandali dalla zeppa in sughero altissima, e pantaloni a zampa di elefante. Arriva anche in Italia la moda del topless, dapprima suscitando scandalo e denunce poi entrando nelle abitudini comuni delle spiagge italiane. In una progressiva riduzione delle sue dimensioni, il costume da bagno arriva sino ai giorni nostri, tra revival di stili, costumi interi, olimpionici e bikini, in una sfilata di modelli che ogni anno, con l’arrivo dell’estate, si rinnovano.

45 Giri

Pino D’Angiò Artista

45 GIRI, Bisognerebbe spiegare a un bambino di oggi che cosa è un disco , no , meglio … che cos’era un 45 giri .

Un 45 giri è una scelta definitiva , è QUELLA canzone.

La pizza parte dal cornicione

Pasquale Nusco, cultore della materia Pizza
Un Sabato mattina esco di casa senza una meta geografica ma culinaria, mangiare una pizza.Verso ora di pranzo mi trovo nei pressi della Rotonda Maradona.Chissà se Maradona lo sa che in provincia di Napoli, a Villaricca, ai confini con Giugliano e Marano, verso Licola, c’è una rotonda dedicata a lui.
Giro  per la Via Consolare Campana e al civico 227 trovo una pizzeria. C’è parcheggio proprio davanti al locale. Entro,  non trovo nessun cliente seduto ai tavoli, ma solo un Signore che accoglie i clienti. Sono appena le ore 13, l’ora ideale per andare in pizzeria: non c’è folla, non si fanno file, il personale si dedica a te e si possono scambiare quattro chiacchiere con il pizzaiolo.

In estate il fagiolino va al mare

Francesco Pucci  Chef

 

 

STAGIONALITÀ deve essere la parola d’ordine dei nostri tempi. Tornare a mangiare i prodotti che la nostra terra ci offre. C’è sempre un perché se arance-mandarini li troviamo principalmente d’inverno o i carciofi in primavera a cavallo della pasqua….ma ne parleremo più avanti…

Il caso Copin, storia di un abbandono.

Vincenzo Giarritiello       Scrittore blogger

 

 

Un indecente stato di abbandono e degrado accoglie il turista dei diversi siti archeologici dei campi flegrei.

Dalla necropoli romana che si estende sotto il ponte Copin, meglio noto come ponte azzurro, che collega via Fascione con via Solfatara, all’anfiteatro Flavio di cui alcune aree sono interdette al pubblico in quanto pericolanti; alla necropoli di via Celle; allo stadio di Antonino Pio che sorge sulla Domiziana a poche centinaia di metri dalla Città del Fanciullo, in direzione Arcofelice. Per non parlare della pseudo grotta della Sibilla e del Tempio di Apollo sulle sponde del lago d’Averno.

Professione Musicista

Corrado Paonessa Musicista

info@corradopaonessa.com

www.corradopaonessa.com

Sempre più ragazzi decidono di intraprendere la professione del musicista, cosa è utile sapere prima di “lanciarsi”.

L’amore e la passione per la musica devono essere la principale motivazione, in quanto le ore che bisogna spendere sono davvero tantissime e non si smette mai di approfondire, per tutta la vita.

Shiatsu massaggio emozionale



Marilena Orsini        Massaggiatrice e Operatrice Olistica

 

Lo shiatsu è un’antica tecnica di massaggio che utilizza la pressione delle dita su determinati punti corporei. Immaginiamo che nel nostro corpo oltre ai vasi sanguigni e linfatici esistano anche dei canali meravigliosi all’interno dei quali fluisce energia vitale. Ogni canale corrisponde ad un organo interno e vi è associata un’emozione.

… Noi siamo ciò che mangiamo

 

Francesco  Pucci    Chef

 

 

Oggi più di ieri e domani ancor di più saranno le persone soggette ad  intolleranze e in casi estremi alle vere e proprie allergie alimentari.

“..noi siamo ciò che mangiamo..” ecco perchè è opportuno consumare  cibi che non contengono talune sostanze la cui assunzione prolungata  induce ad accumulo con uno smaltimento lento o assente. . Non sono un medico, ma un  operatore di cucina, uno Chef, oggi devo considerare più aspetti un tempo sconosciuti.

Nella realizzazione di una portata o un di menu non basta rendere gustoso il piatto, il consumatore attento chiede un giusto apporto calorico e nutrizionale ( di carboidrati, proteine vegetali e/o animali, vitamine e soprattutto fibre.)

Quindi nel “mio piccolo” devo allargare la sfera di conoscenza degli alimenti, avere nozioni di chimica,  le basi minime di scienze dell’alimentazione. 

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