Le albicocche del Vesuvio – i frutti d’oro dei napoletani

A vederle, sembrano un po’ bruttine. Non sono regolari e uniformi come quelle, di agricoltura intensiva e di provenienza francese o spagnola, che si vedono al supermercato.

“Ma le cose buone, non si mangiano con gli occhi”, afferma Gaetano Romano, presidente del Presidio Slow Food dell’ Albicocca del Vesuvio, nel corso del Laboratorio del Gusto che si è tenuto nell’ambito della manifestazione “Il Paniere Vesuviano”, svoltasi domenica 9 giugno a Torre Annunziata, su iniziativa dell’Amministrazione comunale torrese e dello Slow Food Vesuvio.
Le cose buone, infatti, vanno assaggiate e degustate con il palato, e solo così si possono apprezzare.
Le albicocche furono introdotte, in Italia, provenienti dall’Armenia e dalla Grecia, dai romani. Già nel 1583, lo scienziato napoletano Gianbattista Della Porta le classificava e le denominava “crisommole” (dal greco “crysoun melon”, frutto d’oro), nome che poi è rimasto nel dialetto partenopeo.

Esse, insieme ai fichi, sono i frutti più coltivati nel circondario della città del golfo. Ma solo intorno al Vesuvio hanno trovato quel terreno idoneo, ricco di minerali, che le rende dolci, acidule, polpose e dai colori tendenti all’aranciato.
Cento anni fa, i contadini vesuviani ne coltivavano almeno 100 varietà, frutto delle selezioni empiriche che avvenivano direttamente nelle masserie. E i nomi di queste numerose varietà, rispecchiavano la fantasia e l’estemporaneità della cultura e del vissuto dei contadini stessi: Pellecchiella, Vitillo, Ceccona, Palummella, Cafona, Serrecchiella, Prete, Prete bello, San Castrese, Vollese, Boccuccia, Boccuccia liscia, Boccuccia spinosa, Baracca, Fracasso, Vicienzo e Maria, ecc., ecc.

Di queste 100 varietà, solo una settantina sono rimaste in coltura, e solo 23 rientrano nel disciplinare del Presidio Slow Food.

La loro coltivazione non prevede interventi e trattamenti chimici, né si possono coltivare in serra (o in “coltura protetta”, come dicono gli esperti). Per questo motivo, risultano essere poco idonee alla grande distribuzione che prevede lunghi trasporti ed estrema indecomponibilità, a danno, però, della qualità. Le Albicocche del Vesuvio sono facilmente deperibili e non vanno conservate in frigorifero, per questo, la cosa migliore è comprarle direttamente dai produttori per averle a km 0, allo scopo di mangiarle nel giro di pochi giorni dalla raccolta e per usufruire di tutta la loro fragranza, lasciando intatti i sapori, i profumi e i colori.

Le Albicocche del Vesuvio si prestano benissimo alla produzione, anche casalinga, di succhi, sciroppi e confetture.
Negli ultimi tempi, esse stanno stimolando la fantasia di molti chef, pizzaioli e pasticcieri.
Per le loro qualità organolettiche (la dolcezza, la tendenza acidula e il retrogusto amarognolo di certe varietà) si possono abbinare a svariate pietanze. In certi ristoranti del territorio vesuviano, le abbinano al baccalà. C’è qualche pizzeria che le utilizza sulle pizze, sia dolci che salate. E c’è chi le mette nel vino al posto delle percoche, o unitamente ad esse.
Ma sono soprattutto i pasticcieri che ricorrono a questi aurei frutti napoletani, per farcire, con la confettura dolce e cremosa che si ricava da esse, le loro preparazioni più prelibate. E a Pasqua e a Natale non possono fare a meno di infornare e offrire colombe e panettoni artigianali, riempiti con le confetture di Albicocche del Vesuvio e con i canditi che da esse si ottengono.
Le Albicocche del Vesuvio si possono prenotare direttamente dai produttori, compilando il “form” contenuto nel seguente link: albicocchedelvesuvio.wordpress.com

 

Pasquale Nusco